Progetto Diga – Emergenza Zimbabwe

Emergenza Zimbabwe

“Oggi siamo nella Big Valley, sterminata pianura di cui non si vede la fine. Un mare incolto e arido da cui emergono gli unici alberi che riescono a raggiungere l’acqua: i baobab. Più ci addentriamo più regna la desolazione: qui è solo polvere e terra bruciata. Per le coltivazioni si attendono le piogge estive, quando il caldo torrido, che raggiunge 50°, uccide. Mi domando come facessero a sopravvivere prima che le ong costruissero le pompe manuali per l’acqua… chilometri e chilometri alla ricerca di pozze d’acqua e rigagnoli. Abbiamo attraversato tracce di fiumi che sembrano asciutti da sempre. Arriviamo alla “clinica”, piena di mamme con bimbi sulla schiena venute da lontano che non possono fare il test HIV perché mancano i reattori. Sono istruite sulle norme igieniche di base per prevenire Hiv, colera e malaria…”.

Era il 6 agosto 2006, di quelle “cliniche o centri sanitari rurali”, spesso baracche con un tetto di lamiera e un volontario che attende l’arrivo settimanale della jeep dall’ospedale, poi ne ho visitate… troppe.

Lo Zimbabwe, ex Rhodesia, 13.228.000 di abitanti, è il paese con il più basso indice di sviluppo umano (HDI) al mondo:

  • Aspettativa di vita: 43/44 anni (nel 1990 era di 63 anni).
  • Più drastico aumento di mortalità infantile nel mondo: 50% di decessi annui in più rispetto ai primi anni novanta. Un bambino su dieci muore entro il quinto anno di età.
  • 90% della popolazione vive sotto la soglia della povertà di $.2 al giorno.
  • Nel 2009 l’inflazione ha raggiunto 5 miliardi % (la seconda più alta al mondo era l’Etiopia con il 236%). La moneta locale è crollata e i risparmi della popolazione perduti.
  • La più bassa crescita del PIL al mondo (nel 2008: 18.9%)
  • Disoccupazione: 95% (nel 1998 era il 45%).
  • Energia elettrica per poche ore al giorno.
  • Insieme a Azerbaidjan, Yemen, Kazakhstan e Bahrein ha raggiunto la vetta delle classifiche mondiali del tasso di corruzione.
  • Ha raggiunto anche la vetta del regime più repressivo di tutta l’Africa.

(Dati OMS, FMI, UNICEF)

Se aggiungiamo: il grave stato di denutrizione – nella stagione secca la siccità arriva a ridurre i pasti a uno ogni due giorni – l’accesso all’acqua spesso dista diversi chilometri – negli ultimi tre anni il 60% delle pompe (manuali) sono andate fuori uso a causa dell’assenza di manutenzione -, le malattie respiratorie, la mancanza di vaccini, la malaria fuori controllo e l’Aids che colpisce il 14,7% della popolazione (nel 2004 ha raggiunto il vertice mondiale del 25,6%), capiamo perché lo Zimbabwe sia uno dei paese più con più bisogno di aiuto nel nostro pianeta.

L’esperienza presso l’ospedale di St. Albert ha indotto chi scrive a farsi promotore di un progetto che con poca spesa (per noi Occidentali) sta cambiando la vita, o sarebbe meglio dire, la sta permettendo a migliaia di persone. Il villaggio di St. Albert è situato in un’area rurale nel nord dello Zimbabwe. Poche case, un complesso scolastico dove studiano 1.700 bambini/ragazzini e l’ospedale che con 3 medici locali e 26 infermieri deve coprire un’area di competenza di 2.744 kmq., per lo più agglomerati di capanne, con un indotto di 119.170 abitanti.

L’energia elettrica è presente, come in tutto il paese, per 2/4 ore senza preavviso, la linea telefonica è interrotta da anni e l’acqua potabile nella stagione secca (marzo – novembre) era disponibile poche ore al giorno. In queste condizioni nel 2011 l’ospedale ha accolto 6.530 degenze e 3.330 parti (di cui molti cesari, le mamme senza problemi non partoriscono in ospedale) oltre a una media di 393 persone al giorno assistite nell’ambulatorio. Il 60% dei pazienti è sieropositivo (tutti vengono testati).

Nel 2007 è stata inaugurata una scuola infermieristica che oggi ha certificato 61 infermieri e una scuola professionale per gli orfani di genitori morti di AIDS. Grazie alla prevenzione nel distretto di competenza dell’ospedale l’AIDS è sceso dal 23% al 7% negli ultimi 10 anni. All’ospedale fanno capo undici “centri sanitari rurali” dislocati nell’immensa vallata dello Zambesi (tra le aree più depresse del paese), con clima caldo torrido. Sono quasi tutte sprovviste di energia elettrica e alcune anche di acqua. Vi lavorano tre infermieri locale che ricevono in dotazione un kit con garze, disinfettanti e antidolorifici insieme a qualche sacco di mais per far fronte ai casi più gravi di denutrizione.

La maggior parte dei bambini sono orfani e grazie alle adozioni a distanza si garantisce loro assistenza sanitaria, un pasto al giorno alla mensa scolastica e l’istruzione. La dipendenza dagli aiuti umanitari è totale.
A causa dell’abbassamento della falda, sei dei sette pozzi artesiani presso l’ospedale nella stagione secca sono asciutti e l’acqua era erogata solo tre volte al giorno. Il servizio ospedaliero accusava gravi conseguenze igieniche.

 

PROGETTO DIGA

Per garantire l’approvvigionamento di acqua e viveri grazie al sostegno di tanti persone è stata realizzata a tre km dall’ospedale, in prossimità di un bacino d’acqua, una piccola diga che consente di trattenere l’acqua raccolta nei tre mesi delle piogge per utilizzarla durante i nove mesi di siccità sia per bere che per irrigare i campi circostanti la diga.

Nell’agosto 2007 è stato terminato lo scavo di un canale e inserite le tubature che portano l’acqua sino alle cisterne dell’ospedale. Provvidenziale poiché nel settembre 2007 si è asciugato anche l’ultimo pozzo artesiano e l’ospedale avrebbe dovuto chiudere i battenti. Tuttavia l’acqua della diga non è potabile. Abbiamo quindi proceduto all’immediato acquisto di un impianto per potabilizzare l’acqua addotta dalla diga. Con i fondi a disposizione si è potuto acquistare un piccolo impianto che dal novembre 2007 ha garantito acqua sufficiente per 500 persone. L’intero villaggio tuttavia conta 3.091 persone (di cui 1.700 bambini), pertanto era necessario un secondo impianto di potabilizzazione.

A novembre 2008 è stato installato un gruppo elettrogeno in grado di garantire la corrente necessaria per pompare l’acqua all’ospedale a tutte le ore del giorno.

Nel 2009, grazie a donazioni personali, al lavoro di tanti amici che hanno organizzato banchetti, spettacoli, cene di solidarietà… e promosso il Progetto Diga per raccogliere i fondi necessari e al lavoro volontario di ingegneri e tecnici, è stato progettato, realizzato e collaudato in Italia il secondo impianto di potabilizzazione.
Onde evitare di installare un impianto che avrebbe potuto risultare insufficiente nell’arco di breve tempo a causa dell’incremento della popolazione dato dal miglioramento delle condizioni di sussistenza, è stato progettato e realizzato un impianto in grado di garantire acqua potabile a oltre 10.000 persone.

Nel febbraio 2010 l’impianto è stato spedito e installato presso l’ospedale. Chi fosse interessato ai dettagli tecnici può contattarci personalmente.

Nel febbraio 2011 le analisi hanno mostrato un alta qualità dell’acqua.

Nel giugno 2011 è in atto l’estensione dell’impianto d’irrigazione a 8 ettari di campi per garantire la sussistenza alimentare. Ad oggi continuiamo a inviare nei container, oltre a farmaci, quaderni e materiale scolastico, l’attrezzatura necessaria per la manutenzione…, anche alimenti. L’obiettivo è rendere la comunità di St. Albert autosufficiente, almeno dal punto di vista alimentare.

Nell’agosto del 2008 in Zimbabwe è scoppiata un’epidemia di colera che a marzo 2009 (8 mesi) aveva contagiato oltre 96.600 persone di cui più di 4.400 sono morti. Questi i dati ufficiali. Il Sud Africa nonostante abbia chiuso le frontiere, ha registrato oltre 2.000 casi di infezione a causa dei clandestini in fuga. Si è trattato della peggiore epidemia degli ultimi 15 anni in tutta l’Africa.

L’intera struttura sanitaria nazionale è collassata, oltre l’80% degli ospedali statali ha chiuso lasciando i corpi in putrefazione nelle camere mortuarie. La situazione era catastrofica, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha previsto che ci vorranno anni per riportarla a uno stato di normalità. Un’ecatombe di cui praticamente nessuno, perlomeno in Italia, ha saputo nulla. L’ospedale di St. Albert ha accolto malati da molte altre regioni a causa della chiusura degli ospedali e, grazie a Dio… e a tutti quelli che ci hanno aiutato a portare acqua depurata a St. Albert, l’intero distretto di Centenary è stato di gran lunga il meno colpito (160 contagi e 19 decessi) e all’ospedale “solo” otto morti. Questo può fare l’acqua pulita! E per realizzare quanto sopra sintetizzato, oltre a tutto il lavoro dei volontari, sono stati spesi €. 158.000. Il costo di una macchina di lusso in Occidente e della sopravvivenza di migliaia di persone e di generazioni future in Zimbabwe.

Il futuro del Progetto Diga prevede il ripristino dei pozzi artesiani, l’adeguamento dell’impiantistica elettrica, il completamento delle opere di presa e adduzione dell’acqua, la pulizia e la rimozione di terra della diga e soprattutto continuare la formazione del personale addetto alla manutenzione della diga, dell’impianto e della linea idrica iniziata nel 2008. Portare a termine gli obiettivi che ci siamo prefissati con il Progetto Diga significa mettere la struttura sanitaria di St. Albert in condizione di essere autonoma dal punto di vista idrico e alimentare, di migliorare considerevolmente le condizioni igieniche e di permettere di coltivare e allevare anche ai villaggi circostanti.

Per il Progetto Diga è stato aperto un conto corrente trasparente (permettiamo a chiunque lo desideri di verificarne i movimenti direttamente attraverso gli estratti conto). Le uscite sono esclusivamente relative alla realizzazione del progetto. Nessuna spesa organizzativa o di gestione. Il lavoro per la raccolta fondi è tutto volontariato e a spese dei volontari!

Il conto corrente è intestato all’ASI, la piccolissima associazione femminile i cui tre medici missionari gestiscono l’ospedale di St. Albert. Le modeste dimensione dell’ASI permettono a chiunque di creare un rapporto diretto con la realtà dell’ospedale e di seguire il Progetto Diga o le adozioni a distanza.

Se da un lato essere un gruppo di volontari garantisce l’assoluta trasparenza e l’assenza di spese di gestione, dall’altro, non avendo alle spalle grosse organizzazioni umanitarie, non è facile raccogliere i fondi necessari. Il solo modo che abbiamo per far conoscere quel che facciamo è il passaparola. Se mi scrivete via mail potrò avvisarvi e potrete aiutarci a promuovere gli incontri che tengo periodicamente in diverse città italiane in cui, con l’ausilio di proiezioni, presento il Progetto Diga.

Concludo ringraziando da parte di noi volontari i medici, gli infermieri, gli ammalati, gli insegnanti, i bambini… di St. Albert e della Valley per averci offerto questa impareggiabile opportunità di… essere più felici.

Vi invito a visitare il nostro sito www.help-zimbabwe.org, dove troverete documenti, foto e video che raccontano la nostra piccola impresa.

Marcello Girone Daloli (promotore del Progetto Diga)
tel. 0039-368-382 6890
mail: marcello@help-zimbabwe.org
www.help-zimbabwe.org

Per aderire al Progetto Diga:
Cod. IBAN: IT73 I0615513005000000016000 intestato all’ASI Ong/Onlus
(L’importo delle donazioni può essere detratto dalle imposte).

Ntatenda (grazie in shona) da parte di molte persone